INTRODUZIONE: PSICOLOGI SUI SOCIAL, TRA FASTIDIO E COMPRENSIONE
Mi è capitato, quando ero ancora studente, di scoprire numerose pagine di psicologi sui social (Instagram in primis) e di provare un misto di fastidio e divertimento. Poi, però, mi sono imbattuto in un video del dottor Valerio Rosso che mi ha offerto una prospettiva diversa. Sosteneva che “i professionisti della salute mentale dovrebbero avere una traccia online, così da permettere ai potenziali pazienti di farsi un’idea del loro stile e di verificare le loro credenziali.”
Il mio fastidio iniziale credo sia condiviso da molti: le pagine social sono uno strumento di divulgazione, ma spesso diventano anche (o soprattutto) mezzi di autopromozione. Certo, anche i libri o le riviste di divulgazione offline servivano allo stesso scopo, ma con contenuti di solito più strutturati. D’altra parte, non tutti hanno un amico psicologo o psicoterapeuta a cui chiedere consiglio, e i canali di informazione pubblica possono essere una risorsa preziosa in una società complessa come la nostra.
Vista la natura multiforme del fenomeno, la domanda risulta davvero interessante: “Ma che ci fanno gli psicologi sui social?”
I due lati della medaglia
Il lato più positivo
Da un lato nella presenza su internet e soprattutto sui social c’è il versante “positivo” della divulgazione e di una comunicazione pubblica, ad esempio:
- Promozione delle conoscenze psicologiche: diffondere le conoscenze psicologiche ha dei vantaggi molto grandi per la società, tanto da essere una attività prevista nel Codice Deontologico degli Psicologi italiani.
- Democratizzazione dell’accesso e dell’offerta: gli utenti possono valutare un numero maggiore di professionisti e anche professionisti privi di strumenti più costosi di segnalazione della propria esistenza possono “mettersi sul radar”
- Trasparenza professionale: i pazienti possono farsi una idea dello stile del terapeuta prima di prenotare.
- Riduzione dello stigma: vedere professionisti parlare apertamente di depressione o attacchi di panico normalizza l’esistenza del disagio.
- Promozione della salute mentale collettiva: campagne come #BreakTheStigma o #MentalHealthMatters nascono proprio grazie alla visibilità dei social.
Il lato più oscuro
Dall’altro lato c’è il “negativo” dei rischi portati dalla spinta all’autopromozione e dalla forma “imposta” dai media usati, ad esempio:
- Svalutazione della professione: quando i social trasformano gli psicologi in influencer che vendono corsi di dubbia utilità e piùin generale hanno un atteggiamento predatorio verso il “mercato”, la credibilità della professione rischia di vacillare.
- Effetto Dottor Google: l’autodiagnosi, con i molti rischi correlati, è in agguato.
- Contenuti più virali che valevoli: gli algoritmi premiano i contenuti accattivanti, non quelli accurati, premiano contenuti dalla forma stereotipata, che risponde all’algoritmo, non materiale tagliato su misura per una idea specifica. Risultato? Si spiega il trauma in 15 secondi, come si dovrebbe vivere la vita relazionale in 25 secondi, o quattro slides da due frasi l’una, con il rischio di iper-semplificare e magari ferire una persona o disinformare e fuorviare.
È evidente che non si può pensare di combattere un fenomeno che è tanto in linea con i tempi, ma anche se fosse possibile, avrebbe senso volerlo del tutto sradicare?
Pensando a quanto ormai usiamo internet per orientarci nel mondo, una posizione estrema è difficile da tenere. Un elemento positivo spesso trascurato in questa discussione della capacità di promuoversi su Internet è anche che consente a professionisti che non hanno accesso a “posti di potere” di offrirsi ai pazienti, che così hanno più scelta.
Gli psicologi sui social dal punto di vista dei pazienti
In consultazione e nella vita privata, mi è accaduto di ascoltare persone che si sono sentite ferite da un post visto sui social o che mi chiedono se un concetto “trending” abbia fondamento nella letteratura scientifica. Molto spesso questi contenuti, pur partendo da informazioni corrette, vengono estrapolati dal contesto scientifico originario e diventano fuorvianti.
Questa situazione mostra che, come categoria, siamo ancora un po’ indietro: manca una riflessione collettiva su larga scala e studi scientifici aggiornati sulla comunicazione online. Inoltre, l’impostazione “far west” dei social e la libera professione incoraggiano una competizione al ribasso, in cui:
- I pazienti rischiano di essere esposti a contenuti approssimativi e a volte scorretti.
- Gli psicologi possono sentirsi spinti ad adottare modalità comunicative che facciano numeri (visualizzazioni, like), magari contrarie ai principi che guidano la pratica clinica.
Tuttavia, la situazione non è catastrofica: in Italia, gli psicologi mostrano solitamente grande attenzione al versante deontologico, e il “mercato” tende a correggersi col tempo, premiando la correttezza professionale (soprattutto nel lungo periodo). Resta utile, però, una riflessione su approcci comunicativi più individualizzati e produttivi.
un approccio benefico
Ritengo fondamentali due aspetti:
- Portare contenuti corretti dal punto di vista scientifico, stimolando riflessione e ricchezza di pensiero.
- Non sentirsi obbligati ad adottare un unico modello comunicativo, ma valorizzare la propria identità professionale.
Questo secondo punto è spesso trascurato. Così come, nel lavoro con i pazienti, non buttiamo via il nostro modello di riferimento alla prima difficoltà, allo stesso modo potremmo non piegarci alle richieste del mercato online che ci vuole tutti uguali.
Sperimentare forme di espressione diverse può essere una strategia vincente: scegliere magari di “sacrificare” un’immediata visibilità per proteggere chi ci segue da messaggi troppo semplificati e per tutelare la nostra reputazione professionale. Invece di puntare sempre su ciò che “funziona” in termini di engagement, si dovrebbe mirare a condividere valori che vanno oltre le mode del momento.
In conclusione, come comunità professionale, potremmo usare gli strumenti digitali per esprimere l’unicità di ogni psicologo. Proprio come facciamo in terapia, evitiamo modalità comunicative poco benefiche e puntiamo a una comunicazione generativa di benessere, sia per chi riceve il messaggio, sia per chi lo trasmette.
